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Rotolando giù dalle montagne

Babusar Top towards Naran

Arrivando al check-post che blocca l’accesso alla strada per il Babusar Top ci rendiamo conto che la nostra avventura in montagna sta finendo. E con lei anche il tempo a nostra disposizione in Pakistan.
E’stato meraviglioso, siamo entusiasti.

Sapevamo che al check-post ci avrebbero fermato e avrebbero cercato di impedirci di fare quella strada. Babusar Top
Apparentemente andare da Naran verso Chilas è sicuro, mentre fare la stessa strada da Chilas verso Naran è assolutamente troppo pericoloso.
Ovviamente noi non eravamo lì per accettare un “No”…

Ci dicono che la strada è chiusa per gli stranieri, di continuare sulla accaldata e polverosa KKH.
Facciamo un po’ di ostruzionismo, cercano di mandarci via verso un non meglio specificato ufficio, noi rimaniamo. Dei ragazzi russi cercano di convincerci che è normale che una strada sia pericolosa in un senso ma non nell’altro (??!) e che anche a dei loro amici hanno impedito l’accesso da questo lato. Ammutoliscono quando gli spieghiamo che noi sappiamo benissimo che quella strada non è percorribile in quel senso dagli stranieri, ma che noi ci andremo lo stesso.

E ci andiamo.
(Perchè, dubitavate di noi italiani testoni?)

Dopo una telefonata con il Superindendent of Police, che non sembrava per nulla stupito che noi ci lamentassimo di non poter percorrere la stessa strada che avevamo fatto all’andata, arriva il permesso ufficiale. Registrano il nostro nome e numero di passaporto su un pezzetto di carta strappato dal registro delle patate (a ogni check-post devono registrare gli stranieri, il numero di passeggeri degli autobus, i chili di patate e quelli di cipolle) e ci lasciano andare. Vedo il prezioso foglietto con i nostri dati volare via mentre passiamo rombando sotto alla sbarra di legno del check-post.


La Babusar Valley è lunga e stretta. E probabilmente 30 anni fa era anche meravigliosa. Adesso i pendii delle montagne sono terribilmente deturpati da moncherini di alberi. Intere foreste tagliate senza nessuna coscienza e lungimiranza, per poi essere vendute alla mafia del legno, molto attiva nella regione.

Ci fermiamo un paio di giorni a Batakundi, nella stessa guest house, nella stessa stanza con una vista meravigliosa sulla valle dove eravamo stati 2 anni fa. Calore di legno e coperte pesantissime. Chay e colazioni gigantesche nell’accogliente cucina. Rinunciamo senza difficoltà alle escursioni che avevamo in programma e ci impigriamo, complice una fine, ma insistente pioggia che non accenna a smettere.
Dopo due giorni di pioggia iniziamo a preoccuparci per le condizioni della strada che è spesso bloccata da frane durante il periodo dei monsoni e decidiamo di muoverci verso Islamabad per non correre il rischio di rimenere bloccati con la strada chiusa.

Ma questi non sono i monsoni, è il preludio al maltempo che metterà in ginocchio le provincie del Kashmir e del Punjab sia in India che in Pakistan.
Ma noi non lo sapevamo…
Lulusar Lake
Guidiamo 12 ore filate sotto una continua pioggia battente. Percorriamo l’intera Kaghan Valley sotto l’acqua, decidiamo di evitare Murree per paura di ulteriore pioggia, nebbia e landslide e quello è stato un grosso errore. Ci perdiamo e sbagliamo strada. Sotto il diluvio universale. Arriva il tramonto e continua a piovere, i fari delle macchine ci abbagliano riflettendosi sulla strada allagata.
Noi siamo zuppi.
Tutto è zuppo…

Chiariamo: indossavamo tutto l’ambaradan antipioggia del caso, ma bensate che basti il marchio “waterproof” in caso di totale e ripetuta immersione subacquea? Perchè questo é quello che é successo: secchiate, da tutte le parti.

I piedi galleggiano negli stivali. Scendendo dalla moto per una pausa, lo spostamento d’acqua all’interno della tuta impermeabile ci fa rabbrividire, fiumi ci scorrono giù per le maniche, stringendo la mano a pugno dai guanti se ne strizza un bicchiere. Stare immobili sulla moto è l’unico modo per non entrare a contatto con nessuno dei vari strati di vestiti fradici che abbiamo addosso, la pioggia non accenna a smettere e noi siamo così bagnati (e disperati) che decidiamo di raggiungere Islamabad nonostante sia ormai buio: la prospettiva di rimetterci in marcia il giorno dopo con i vestiti completamente slozzi era decisamente meno allettante che continuare a guidare. Una situazione così assurda e apocalittica che a un certo punto ho iniziato a cantare. Sicuramente una giornata che ricorderemo, perchè non cercare di ricordarla in modo positivo?

Il mio ottimismo viene messo a dura prova una volta raggiunta la pianura. Le strade sono fiumi in piena e in giro pochissimi veicoli, principalmente camion perchè le macchine cedono sotto la forza dell’acqua e si spengono senza nessuna speranza di venir riaccese neanche a spinta: quante ne abbiamo viste abbandonate in mezzo alla via. E sicuramente non c’è nessuna moto. I camion che superiamo alzano muri d’acqua e fango che schizzavano sulla visiera di Thomas, tenuta alzata per la troppa pioggia… come nuotare ad occhi aperti nel fango.

Entriamo nella capitale speranzosi che almeno lì la situazione sia migliore, ma Serena é sempre immersa fino a metà ruota, la pioggia continua a cadere copiosa e noi, stremati, giriamo in tondo persi fra i mille lavori in corso e le strade bloccate dai containers disposti per blocare la marcia di Imran Khan.

Il giorno dopo, da una stanza d’albergo, con il temporale che continuava a bussare imperterrito alla finestra e l’intero contenuto dei nostri bagagli (tenda compresa) steso ad asciugare, Thomas mi ha raccomandato di riportare agli annali che i guadi più grossi di tutto il suo viaggio li ha fatti quella notte, a Islamabad centro.
E io riporto.

Finita la pioggia è uscito il sole. 3 giorni dopo.

Gli ultimi giorni del nostro visto li abbiamo dedicati ai saluti e non sono bastati. Gt road
Abbiamo percorso l’ennesima volta la GT road e una volta raggiunta Lahore la nostra avventura era davvero finita. Per tutta la strada ho continuato a cercare una soluzione, uno scopo, un modo per rimanere in Pakistan, per non andarmene. Perchè una volta usciti per ottenere un altro visto dovremmo tornare nel nostro paese di residenza, ovvero l’Italia. E poi chissà quando sarà la prossima volta…

Ma ero troppo impegnata a guardarmi intorno per pensare e così non ce l’ho fatta. Nessuna soluzione geniale dell’ultimo minuto. Con un giorno di overstay (più simbolico che necessario) abbiamo riattraversato il Wagha Border e siamo stati accolti e circondati dalla coloratissima, caotica ed eccessiva India.



Questa intervista ci è stata fatta dal nostro amico Moin poche ore (minuti) prima di lasciare casa sua per dirigerci verso l’India ed è in qualche modo il nostro ringraziamento al Pakistan per averci regalato un’estate che non dimenticheremo mai.

Il video rispecchia in pieno l’entusiasmo che provavamo nei conforti di un paese meraviglioso, il più bello che abbiamo visto. Fin’ora. Quello che manca è forse un po’ di curiosità per i paesi che ancora verrano e c’é una certa fretta nel dire “il posto più bello nel mondo”.

Ma in questa intervista noi non siamo nient’altro che due bambini che puntano i piedi: non vogliamo andarcene dal Pakistan. Da un paese che nonostante i fili spinati, i continui posti di blocco e controlli, i soldati muniti di kalashnikov nascosti dietro ai sacchi di sabbia nella capitale, le guardie armate che ci hanno scortato in più punti del nostro viaggio, le pistole sui comodini delle case e nei cruscotti delle macchine e l’invisibile, ma reale, presenza del terrorismo, ci ha accolto e fatto sentire estrememente benvenuti e benvoluti. Sempre.

Ancora una volta Grazie.


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