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Rotolando giù dalle montagne

Babusar Top towards Naran

Arrivando al check-post che blocca l’accesso alla strada per il Babusar Top ci rendiamo conto che la nostra avventura in montagna sta finendo. E con lei anche il tempo a nostra disposizione in Pakistan.
E’stato meraviglioso, siamo entusiasti.

Sapevamo che al check-post ci avrebbero fermato e avrebbero cercato di impedirci di fare quella strada. Babusar Top
Apparentemente andare da Naran verso Chilas è sicuro, mentre fare la stessa strada da Chilas verso Naran è assolutamente troppo pericoloso.
Ovviamente noi non eravamo lì per accettare un “No”…

Ci dicono che la strada è chiusa per gli stranieri, di continuare sulla accaldata e polverosa KKH.
Facciamo un po’ di ostruzionismo, cercano di mandarci via verso un non meglio specificato ufficio, noi rimaniamo. Dei ragazzi russi cercano di convincerci che è normale che una strada sia pericolosa in un senso ma non nell’altro (??!) e che anche a dei loro amici hanno impedito l’accesso da questo lato. Ammutoliscono quando gli spieghiamo che noi sappiamo benissimo che quella strada non è percorribile in quel senso dagli stranieri, ma che noi ci andremo lo stesso.

E ci andiamo.
(Perchè, dubitavate di noi italiani testoni?)

Dopo una telefonata con il Superindendent of Police, che non sembrava per nulla stupito che noi ci lamentassimo di non poter percorrere la stessa strada che avevamo fatto all’andata, arriva il permesso ufficiale. Registrano il nostro nome e numero di passaporto su un pezzetto di carta strappato dal registro delle patate (a ogni check-post devono registrare gli stranieri, il numero di passeggeri degli autobus, i chili di patate e quelli di cipolle) e ci lasciano andare. Vedo il prezioso foglietto con i nostri dati volare via mentre passiamo rombando sotto alla sbarra di legno del check-post.


La Babusar Valley è lunga e stretta. E probabilmente 30 anni fa era anche meravigliosa. Adesso i pendii delle montagne sono terribilmente deturpati da moncherini di alberi. Intere foreste tagliate senza nessuna coscienza e lungimiranza, per poi essere vendute alla mafia del legno, molto attiva nella regione.

Ci fermiamo un paio di giorni a Batakundi, nella stessa guest house, nella stessa stanza con una vista meravigliosa sulla valle dove eravamo stati 2 anni fa. Calore di legno e coperte pesantissime. Chay e colazioni gigantesche nell’accogliente cucina. Rinunciamo senza difficoltà alle escursioni che avevamo in programma e ci impigriamo, complice una fine, ma insistente pioggia che non accenna a smettere.
Dopo due giorni di pioggia iniziamo a preoccuparci per le condizioni della strada che è spesso bloccata da frane durante il periodo dei monsoni e decidiamo di muoverci verso Islamabad per non correre il rischio di rimenere bloccati con la strada chiusa.

Ma questi non sono i monsoni, è il preludio al maltempo che metterà in ginocchio le provincie del Kashmir e del Punjab sia in India che in Pakistan.
Ma noi non lo sapevamo…
Lulusar Lake
Guidiamo 12 ore filate sotto una continua pioggia battente. Percorriamo l’intera Kaghan Valley sotto l’acqua, decidiamo di evitare Murree per paura di ulteriore pioggia, nebbia e landslide e quello è stato un grosso errore. Ci perdiamo e sbagliamo strada. Sotto il diluvio universale. Arriva il tramonto e continua a piovere, i fari delle macchine ci abbagliano riflettendosi sulla strada allagata.
Noi siamo zuppi.
Tutto è zuppo…

Chiariamo: indossavamo tutto l’ambaradan antipioggia del caso, ma bensate che basti il marchio “waterproof” in caso di totale e ripetuta immersione subacquea? Perchè questo é quello che é successo: secchiate, da tutte le parti.

I piedi galleggiano negli stivali. Scendendo dalla moto per una pausa, lo spostamento d’acqua all’interno della tuta impermeabile ci fa rabbrividire, fiumi ci scorrono giù per le maniche, stringendo la mano a pugno dai guanti se ne strizza un bicchiere. Stare immobili sulla moto è l’unico modo per non entrare a contatto con nessuno dei vari strati di vestiti fradici che abbiamo addosso, la pioggia non accenna a smettere e noi siamo così bagnati (e disperati) che decidiamo di raggiungere Islamabad nonostante sia ormai buio: la prospettiva di rimetterci in marcia il giorno dopo con i vestiti completamente slozzi era decisamente meno allettante che continuare a guidare. Una situazione così assurda e apocalittica che a un certo punto ho iniziato a cantare. Sicuramente una giornata che ricorderemo, perchè non cercare di ricordarla in modo positivo?

Il mio ottimismo viene messo a dura prova una volta raggiunta la pianura. Le strade sono fiumi in piena e in giro pochissimi veicoli, principalmente camion perchè le macchine cedono sotto la forza dell’acqua e si spengono senza nessuna speranza di venir riaccese neanche a spinta: quante ne abbiamo viste abbandonate in mezzo alla via. E sicuramente non c’è nessuna moto. I camion che superiamo alzano muri d’acqua e fango che schizzavano sulla visiera di Thomas, tenuta alzata per la troppa pioggia… come nuotare ad occhi aperti nel fango.

Entriamo nella capitale speranzosi che almeno lì la situazione sia migliore, ma Serena é sempre immersa fino a metà ruota, la pioggia continua a cadere copiosa e noi, stremati, giriamo in tondo persi fra i mille lavori in corso e le strade bloccate dai containers disposti per blocare la marcia di Imran Khan.

Il giorno dopo, da una stanza d’albergo, con il temporale che continuava a bussare imperterrito alla finestra e l’intero contenuto dei nostri bagagli (tenda compresa) steso ad asciugare, Thomas mi ha raccomandato di riportare agli annali che i guadi più grossi di tutto il suo viaggio li ha fatti quella notte, a Islamabad centro.
E io riporto.

Finita la pioggia è uscito il sole. 3 giorni dopo.

Gli ultimi giorni del nostro visto li abbiamo dedicati ai saluti e non sono bastati. Gt road
Abbiamo percorso l’ennesima volta la GT road e una volta raggiunta Lahore la nostra avventura era davvero finita. Per tutta la strada ho continuato a cercare una soluzione, uno scopo, un modo per rimanere in Pakistan, per non andarmene. Perchè una volta usciti per ottenere un altro visto dovremmo tornare nel nostro paese di residenza, ovvero l’Italia. E poi chissà quando sarà la prossima volta…

Ma ero troppo impegnata a guardarmi intorno per pensare e così non ce l’ho fatta. Nessuna soluzione geniale dell’ultimo minuto. Con un giorno di overstay (più simbolico che necessario) abbiamo riattraversato il Wagha Border e siamo stati accolti e circondati dalla coloratissima, caotica ed eccessiva India.



Questa intervista ci è stata fatta dal nostro amico Moin poche ore (minuti) prima di lasciare casa sua per dirigerci verso l’India ed è in qualche modo il nostro ringraziamento al Pakistan per averci regalato un’estate che non dimenticheremo mai.

Il video rispecchia in pieno l’entusiasmo che provavamo nei conforti di un paese meraviglioso, il più bello che abbiamo visto. Fin’ora. Quello che manca è forse un po’ di curiosità per i paesi che ancora verrano e c’é una certa fretta nel dire “il posto più bello nel mondo”.

Ma in questa intervista noi non siamo nient’altro che due bambini che puntano i piedi: non vogliamo andarcene dal Pakistan. Da un paese che nonostante i fili spinati, i continui posti di blocco e controlli, i soldati muniti di kalashnikov nascosti dietro ai sacchi di sabbia nella capitale, le guardie armate che ci hanno scortato in più punti del nostro viaggio, le pistole sui comodini delle case e nei cruscotti delle macchine e l’invisibile, ma reale, presenza del terrorismo, ci ha accolto e fatto sentire estrememente benvenuti e benvoluti. Sempre.

Ancora una volta Grazie.


Ecco il link:   

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Nagar Valley

On the way to Hopar

Iniziano i nostri dubbi.
Il nostro visto scade fra 2 settimane e noi non vogliamo andarcene.
Non riusciamo a decidere il da farsi.
Ovviamente non cerchiamo di rimediare alla cosa in maniera razionale, ma semplicemente iniziamo a fare quello che mia mamma chiamerebbe cincischiare.

The ValleyPassiamo altri 3 o 4 giorni a Passu, per poi tornare a Karimabad, prendere in affitto una stanza per una notte e fermarci invece una settimana.
La nostra attività giornaliera prevede il fare una gigantesca colazione con vista sul Rakaposhi e sulle montagne terrazzate della valle di Nagar che si apre proprio di fronte a noi.
Thomas dichiara di essere “il guardiano della valle” e di non potersi muovere dalla sua posizione. Dopo un po’ ritratta dicendo di essere soltanto “l’osservatore ufficiale della valle” che è un ruolo meno impegnativo.

Prima dell’arrivo degli Inglesi, Hunza e Nagar erano due regni distinti e nemici, con tradizioni e lingue diverse. Essendo divise da un impetuoso fiume di origine glaciale le culture non si sono mai uniformate, pur rimanendo molto simili.
In entrambe le valli viene praticata un’agricoltura eco sostenibile completamente basata su metodi naturali.
I ripidi fianchi delle montagne sono stati terrazzati e sono stati creati canali che portano l’acqua e il verde in luoghi altrimenti deserti.
Questa è la stagione delle albicocche e noi, golosi, ci lanciamo nella degustazione delle varie specie autoctone di queste valli: albicocche di un arancione intenso, quasi rosso, dal sapore dolcissimo, albicocche bianche, un po’ più aspre ma più pregiate e le albicocche-bacca di Nagar dalla dimensione di grosse amarene che sono un’esplosione di gusto.

Hopar Glacier

Nel nostro cincischiare ci spostiamo da una valle all’altra, percorrendole fino in fondo per poi tornare indietro. Passiamo 4 giorni a Hopar, in fondo alla valle di Nagar, nel punto in cui finisce la strada. Da lì ci si avventura solo a piedi attraversando un gigantesco ghiacciaio nero che rotola giù direttamente dalle montagne.
Ci andiamo sopra e mi fa paura. Siamo in mezzo a punte di ghiaccio ed enormi rocce che vengono trascinate a valle dalla forza ghiaccio. Mi sento minuscola e indifesa. Il freddo pungente mi fa pizzicare la punta del naso e intorno a me si sente il rumore di acqua che sgocciola e di ghiaccio che si rompe. Non mi sento in grado di affrontare un mostro di queste dimensioni.
Ci raccontano che è attraversando questo ghiacciaio che i primi musulmani sono arrivati in Pakistan dalla Persia, convertendo una popolazione che altrimenti era animista e buddista.

Thomas and the kidsA Hoper abbiamo ancora una volta un forte desiderio di fermarci. A vivere intendo.
La valle è meno ripida di quella di Hunza ed è tutta coltivata. In ogni villaggio veniamo accolti da sguardi stupiti e sorrisi e tutti i bambini che incontriamo si uniscono a noi nelle nostre passeggiate fino a che ci ritroviamo a capitanare una squadra di bimbi vocianti.

In tutta la valle non esistono negozi di verdura, ogni famiglia ha il proprio appezzamento di terreno e un orto all’interno delle mura di casa. Quando chiediamo come fare per poterci cucinare, un uomo mi accompagna nel suo campo e mentre lui scava per dissotterrare delle patate, mi fa cenno di raccogliere fagiolini e foglie simili a spinaci.
Ogni sera, al tramonto, ci raduniamo con gli uomini del villaggio in un piccolo chay shop con vista sul ghiacciaio e veniamo iniziati ai passatempi della valle: una specie di giro dell’oca chiamato Larù a cui Thomas si rivela essere un campione e un gioco simile al biliardo in cui al posto che le palle vengono usate grosse pedine a forma di disco.

Viene il brutto tempo: inizia a piovere e lì, a fianco al ghiacciaio, fa davvero freddo. I nostri sogni idilliaci di fermarci a vivere in una di queste valli si scontrano con la dura realtà: stà arrivando l’inverno e qua sull’Himalaya stà per venire il freddo quello vero, quello che noi non siamo pronti ad affrontare.

Scendiamo a Gilgit dove cincischiamo per giorni ad accarezzare Gulebi, il gatto arancione di Abdul, il padrone della guest house dove stiamo. Facciamo piani di arrivare a Islamabad prima della scadenza del visto, ma non prima di aver concluso il nostro giro delle Northern Areas passando per Skardu e Deosai Plains. Ho come l’impressione che, tanto per cambiare, questo visto ci starà un po’ stretto…

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Diamo i numeri!!

Pepperepè! Visto che ogni occasione è buona per festeggiare, celebriamo oggi con voi il nostro primo anno e mezzo di viaggio dando i numeri….



550

[ +29 impiegati per scrivere questo post 😉 ]

i giorni di viaggio



16

i paesi attraversati




27000

i chilometri percorsi
(circa, considerando tutte le volte che ci si è rotto il contachilometri..)




1500

i litri di benzina consumati




3… 2… 1… 0!

le cadute…  le gomme a terra…  le volte in ospedale…  i giorni di prigione!




incalcolabili

le persone incontrate, con cui siamo stati per lunghi giorni o anche solo per pochi minuti, ma che ci hanno aiutato, fatto ridere, consigliato, fatto incazzare, dato le indicazioni stradali, ospitato, offerto da mangiare, tocchicciato la moto, fatto una foto con noi o semplicemente detto “hello”,…




15 euro

il nostro budget massimo giornaliero per 2 persone

(ok, questo è un dato finto. Noi cerchiamo di stare dentro ai 10 euro al giorno in due, ma quando ci spostiamo è impossibile per colpa del costo della benzina. La cifra 15€ è stata ottenuta calcolando quanto abbiamo speso negli ultimi 6 mesi e dividendolo per il numero dei giorni..)



Fra i posti più strani dove abbiamo dormito, mi ricordo…

All’interno di una grotta che fu una chiesa in Cappadocia
Con la tenda nella piazza centrale di Abyane in Iran
In un albergo super pettine tutto pagato a Esfahan
All’interno del confine fra Pakistan e India nella “terra di nessuno”
A fianco a un furgone francese con caminetto incorporato nel bel mezzo del deserto freddo del Laddakh
In svariate Dharamshala di svariati templi Indù
In una palafitta di tre piani interamente costruita in legno, senza pareti in mezzo alla giungla dello Sri Lanka 🙂 (…ah già, è dove siamo adesso!!)
e chi più ne ha più ne metta..


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Album: Pakistan




On the road

Senza un piano e senza una destinazione, semplicemente esplorando.





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La mia prima immersione

Il giorno di Halloween ho provato per la prima volta a immergermi.
L’impressione di star volando era troppo forte. Così forte che non potevo non pensare di stare o sognando o viaggiando.
La presenza di Mehmet che mi teneva la mano mi dava la certezza che era tutto vero e soprattutto la tranquillità necessaria per farmi continuare a pensare “Stò respirando sott’acqua e va tutto bene”.
La sensazione era quella di star vivendo qualcosa di mistico. Per quella mezz’ora Mehmet è stato il mio sciamano che prendendomi per mano, mi stava accompagnando alla scoperta di un mondo nuovo. Non mi aspettavo davvero di vedere l’Uroboro sorgere dagli abissi, ma vedere i raggi del sole bucare la superfice e rimanere sospesi nell’acqua, quasi solidi e tangibili fa comunque il suo effetto.
Dovrei fare un paio di telefonate, dovrei dirlo a un paio di persone: l’esperienza psichedelica definitiva è sott’acqua!

E poi la tartaruga (Caretta caretta). Il mio oroscopo lo diceva che sarei stata fortunata. “Travestimento consigliato per Halloween: la persona più fortunata che sia mai vissuta”. Boia l’ho fatto davvero.
La prima impressione è stata quella di essermi fatta una dose di calma+. Il silenzio, il blu dappertutto, i pesci che se ne strafregavano di me. Ingenuamente pensavo che in qualche modo i pesci si sarebbero dovuti interessare a me; che ne so, scappando terrorizzati o mordicchiandomi o soffiandomi come farebbe un gatto spaventato rintanato in un angolo. E invece no. Niente. Mai pesce fu più disinterressato della mia presenza. Si rincorrevano, giocavano, mangiavano, passeggiavano, un pò stile “La Sirenetta” di Walt Disney, ma senza i canti e i balli.
E io un pò me lo chiedevo: “cosa si fa lì sotto per tutto quel tempo?” Si gioca. Gioco con gli anemoni che si ritraggono al mio passaggio, faccio le capriole che la testa per terra non puoi batterla neanche se vuoi, inseguo un pesce perchè uno così colorato come quello non l’avevo mai visto e poi il tempo è finito. E’ già ora di tornare di sopra.
Quando sono uscita dall’acqua l’emozione era così forte che non sapevo se ridere o piangere. Dopo la prima immersione c’è stata anche una seconda e una terza e tutte quelle necessarie a prendere il brevetto Open Water. Sarà per la tartaruga, sarà per l’emozione della novità, ma la prima volta non si scorda mai.

I video fatti da Oray. Io ovviamente sono quella che non ha la più pallida idea di cosa dovrebbe fare…

Tartaruga golosa. Alza sassi in cerca di cibo. Pesce Pilota pigrone. Si fa portare in giro in qua e in là.

Noi ci siamo immersi con i ragazzi di Subaqua. Davvero in gamba. Fortemente consigliati.

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Kekova


Mentre l’est della Turchia era scosso dal terremoto, noi, ignari, eravamo al mare di fronte a Kekova.
Kekova è un isola, rinomata meta turistica per tre motivi: le rovine di un castello Genovese, le tombe Licie (di cui una affiorante dall’acqua) e la città sommersa. Ovviamente noi, lontani dal mainstream, abbiamo fatto altro. Per l’esattezza, abbiamo pescato granchi.
Prima di scatenare le ire degli animalisti, ci tengo a precisare alcune cose:

  1. Non abbiamo depauperato una fragile fauna: era pieno di granchi. Di più: era sovraffollato di granchi. In pratica era pericoloso aggirarsi disarmati.
  2. Non è stata una lotta impari, si sono difesi benissimo. Erano guerrieri. Uno qualunque tra noi e loro avrebbe potuto avere la peggio.
  3. Non sono morti invano: ce li siamo mangiati con linguine e vino bianco.

Detto questo, proseguo con l’enarrazione dell’impresa.

Stavo facendo il bagno, quando Agata mi chiama concitata per mostrarmi un enorme granchio. A malincuore interrompo il mio ammollo per appurare tale fenomeno: quanto mai potrà essere grande e/o interessante un granchio? Caspita: incredibilmente gigantesco!
Dovete sapere che i granchi fanno “così” con le zampine per ricoprirsi di sabbia; dunque mentre dragavo il fondale con un bastone per scovare questa “bestia gigantesca” di cui parlava Agata… “Aaaaah!!” vengo attaccato dal più grande granchio spadaccino che avessi mai visto: avanzando su un fianco fa “Sgnac! Sgnacchete” con le sue tenaglie e poi retrocede scomparendo nel fondale. Ero stato sfidato.

Mi forgio una rudimentale quanto micidiale lancia spezzando a regola d’arte un legno e mi tuffo alla caccia. Con il primo granchio è stato un combattimento estenuante: un alternarsi di serrate schermaglie e lunghe ricerche della preda. Per spirito sportivo, ero a piedi nudi. Un inglese che passava di lì mi ha pure domandato perchè non lo prendevo con le mani… solo perchè non aveva udito il fragoroso rumore di cui erano capaci le tenaglie del nemico! Brrr… non oso immaginare cosa sarebbe potuto succedere.
Sconfitta la prima preda, per dare un senso alla sua morte e dunque una succulenta cena a noi stessi dico: “Vado, ne prendo un altro, e torno”. Dopo trenta secondi rientravo alla base con un nuovo bottino. A questo punto, iniziando a temere la terribile vendetta dei granchi, decido di mollare il colpo e darmi al cinema. Mentre giravo un filmino agli incredibili millepiedi marini dentro la tomba licia, sento e vedo grandi sciabordii e schizzi nei pressi di uno scoglio. Mi avvicino sommessamente prevedendo un grosso pesce e… era il mostro finale! Il leggendario Re dei Granchi alle prese con un combattimento contro un rivale. Lancia in resta, mi butto nella pugna. Una frazione di secondo, un colpo secco e preciso, e il Re è vinto!

Il lieto fine:
Il filmino è assolutamente imperdibile: trattasi del secondo malcapitato.

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E’ successo…

Partiamo dalle campagne di Aksaray, sosta a Konya, passo a 1800m e ripida discesa verso il mare: in 300km siamo passati dall’autunno inoltrato dell’altopiano all’estate! Stanchi arriviamo sul lungomare, è quasi il tramonto ma questo è un posto super-fighetto: solo hotel di lusso appariscenti, bionde tedesche infighettate, prezzi esposti in euro e ovunque fastidiose luci colorate. Un vero trauma per chi arriva dall’Anatolia Centrale e ha dormito a fianco ad una stalla! Dove dormiamo? Il più vicino campeggio ci dicono essere a 100 km…
Percorriamo il lungo mare fino a che non arriviamo all’ultimo albergo prima del nulla, scendiamo la dicesa fino alla spiaggia e decidiamo di inoltrarci sulla sabbia per trovare un posto appartato dove mettere la tenda. Se abbiamo le gomme da deserto? No!

Per dovere di cronaca devo confessare che Agata aveva disapprovato, ma se hai una moto da enduro… come fai a resistere al richiamo dell’off road? (certo avere 30kg di valigie non aiuta…)

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La Kapadokya di Thomas

La Cappadocia è un luna park naturale con tante giostre.
L’esemplare tipico della fauna locale, estrapolato dal gregge, è il classico Giapponese-Dai-Dentoni-Sporgenti (sottospecie munita di Lonely Planet); mentre l’equipaggiamento standard comprende calzoncini tecnici, cappello da deserto, racchettine da hiking e reflex.

Tutto è organizzato come un carosello:
– in mattinata visita ai camini delle fate e nel pomeriggio hiking nella Rose Valley e tè con vista sul tramonto (2 lire per vedere il tramonto),
– domani museo a cielo aperto (8 lire) e shopping al mercato dei souvenirs,
– dopodomani giro in mongolfiera all’alba (150 euro) e visita alla città sotterranea (15 lire);
Spostamenti rigorosamente in massa: autobus VIP per i più snob, mountain bike e quad per i più avventurosi mentre per i più sportivi lunghe e stremanti vasche sotto il sole.
E non c’è tempo per riposarsi che la tabella di marcia è lunga e fra 3 giorni bisogna essere in aeroporto. Frenesia…

Io e Agata non abbiamo fatto/visto nulla di tutto questo: per noi la Cappadocia è stata un’esperienza mistica.
Per risparmiare le 2 lire per accedere al tramonto ufficiale (cazzo, il tramonto sarà pur gratis!) ci siamo inoltrati su una pista bianca tra coltivazioni di zucche (Agata sono zucche acerbe, non meloni gialli!) per ritrovarci soli con la moto su un promontorio, in compagnia di una vista magnifica e un gratuito tramonto, sotto un melo, seduti tra sedie luigi XVI, un’amaca e una teiera. Ma solo il giorno dopo abbiamo conosciuto Arşad; i turisti pagano per vedere le mitiche case scavate nella roccia, lui ci vive: pannelli solari, acqua corrente, orto; le sedie Luigi XVI sono sue.
Arşad è stata la guida alla nostra Cappadocia: per ripararci dal gelo della notte ci ha mostrato una magnifica grotta nascosta, una chiesa, dove abbiamo dormito in compagnia dei pipistrelli e delle stelle (sia in inverno che in estate la temperatura nelle grotte è stabile sui 15°).

E il giorno dopo ci ha condotto all’esperienza più vera: 3 ore di cammino, nessun sentiero, solo una direzione, per trovare la mitica città di pietra perduta di Zengi. Pinnacoli, tunnel, guadi, orti, bivi… “It’s time to take decisions”… La città è immensa e affascinante; troviamo una grotta per dormire con vista sull’alba, prepariamo il fuoco tra maestose torri di argilla, il tutto con l’enigmatico paesaggio della Cappadocia ai nostri piedi, senza anima viva, cercando di percepire quello che fu davvero quel luogo. Ma è solo il preambolo, domani mattina la goccia.

Colazione preparata sulle braci del fuoco di ieri, una volpe si aggira tra le guglie di argilla, il paesaggio è lunare, la luce è accecante, vaghiamo, vaghiamo: grotte, uva, pinnacoli, sole, tanto sole. Il mistero non si rivela: chi abitava quella città? Al tramonto restituiamo nuovamente la città in custodia alla volpe, lasciamo un’offerta di cibo per ringraziarla di averci permesso di intrufolarci nel silenzio e nei misteri di quel luogo e ci voltiamo un’ultima volta per ammirare la città fantasma.
C’è più Cappadocia nella nostra esperienza che in tutta la Lonely Planet: spesso, non averla, è una marcia in più.

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La Cappadocia di Agata

Non so descrivere la Cappadocia a chi non c’è mai stato.
Posso solo dire che alla fine dell’estate è abbagliantemente bianca e gialla.
E che si, tutti quei buchetti irraggiungibili sono davvero case per i piccioni.
Posso poi consigliarvi sotto voce che si è nascosta a Soğanlı in barba a tutti i turisti.
Ad alta voce voglio invece dire che:
Io in Cappadocia non sono entrata in nessun open air museum.
Non ho mai pagato 2 lire per poter guardare un tramonto.
Non ho dormito in nessuna Cave House a Göreme.
Non ho neppure fatto una foto sul dorso di un cammello (un cammello??!).
E non per questo mi sento di essermi persa qualcosa, e forse grazie a questo la Cappadoccia è stata per me un’esperienza e non soltanto un giro turistico.
Noi, piuttosto, siamo stati svegliati dalle mongolfiere che facevano su e giù intorno alla montagna dentro cui dormivamo. [“Se c’erano le mongolfiere significa che stavate dormendo in un posto bellissimo” cit. Arşad (la nostra guida per perderci)]
Noi abbiamo visto l’alba entrare dalla porta di una grotta nel villaggio sperduto di Zengi.
Abbiamo tirato dritto per due ore camminando tra i rovi puntando a Nord Est perchè, se sai come fare, di giocare non si smette mai. [“It’s time to make a decision. Both the roads could be good. You are the only one who can decide wich one is the best one to take in this moment.” cit. Arşad (che abbiamo incontrato per caso un tramonto, è stato con noi noi un’alba e così come è arrivato se ne è andato senza clamore)]
Abbiamo strisciato dentro a una grotta che aveva un’entrata nascosta dai rovi e un’uscita che dava direttamente su un campo di more.
E per tutto questo devo ringraziarti Thomas. Perchè sempre con te si fanno le cose più strane e complicate con una incredibile naturalezza e facilità.

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Mar Nero: spiaggia di Bozkoy e villaggio di Akbayir

Il Mar Nero mi ha fregato.

Perchè io se sento “mare” penso: spiagge, bagni, sole e caldo.

E invece il Mar Nero è: scogliere, onde, umidità e freddo.

Il Mar Nero di notte fa paura. Si alza un muro di nebbia alto più di 5 metri, le onde sbattono isteriche contro la spiaggia e il rumore è assordante.

“Come hai dormito stanotte?” “Di merda, il rumore del mare era troppo forte..”

Al mattino appena svegli rotoliamo verso un minuscolo raggio di sole nella speranza di evaporarci l’umidità di dosso. Arriva una coppia di francesi. La roughguide di questa spiaggia diceva “Spiaggia tranquilla e quasi sempre deserta, al massimo potrete trovare qualche tenda di ragazzi che fanno campeggio libero”. Perfetto. Tutto come nella guida.

Nel pomeriggio continuiamo sulla strada verso Sinop.

Rallentiamo in un villaggio cercando di scorgere un baracchino che fa da mangiare o un supermercato, insomma: fame. Un ragazzo su un trattore ci vede e ci indica una strada che va verso il mare. Eh ok, io avevo fame, mica volevo la spiaggia, comunque ci hai convinto: ci andiamo.


Arriviamo alla spiaggia dove ci accoglie un gruppo di vecchietti. Bellissimi. “Avete fame?” Fichi.
E poi ancora delle donne affacciate a una finestra. “Avete fame?” Torta e panotto ripieno di formaggio.
“Tenda?” “Lì, no problem” “Ma va, lì fa freddo, venite a casa mia” “La moto mettetela nel mio giardino è meglio”. Uao.
Un vecchietto, che fino a un attimo prima aggiustava una barca, mette giù gli attrezzi e ci accompagna a casa sua. Umidità del Mar Nero non mi avrai stanotte. Tiè.

L’ospitalità turca è sincera, ci si sente a casa davvero.

Al mattino, mentre prepariamo la moto per ripartire, vediamo i vecchietti del giorno prima sulla spiaggia tutti presi a fare qualcosa, ci chiamano sbracciandosi. Sono tutti lì che tirano una corda fuori dal mare. “Pesce, pesce. Balik, balik”. Ah beh, dovrà poi essere bello grosso vista la fatica che fanno.
E tira che ti ritira capiamo che stanno tirando a riva una rete. Su una barchetta ci sono due marinai che coordinano l’operazione. I nostri amici vecchietti che un pò collaborano e un pò remano contro. I vecchietti sulla barca che si arrabbiano. Thomas che tira come un matto. Il gatto, che la sa lunga, che stà lì a pochi metri di distanza appostato.

A poco a poco ne esce una rete bella piena di pesci di varie dimensioni, alcuni incastrati nelle maglie fini fini, altri presi prorio nel sacco. Ah, se solo sapessero nuotare al contrario.

E dopo la pesca partiamo davvero. Tutti lì riuniti nella piazzetta del paese a salutarci e augurarci buon viaggio. Commoventi questi vecchietti.